tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 55 )
10.04.2026 |
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"Sta ribaltando la situazione: da oggetto dello sguardo, a persona che detta le regole..."
Arrivo a casa con il corpo stanco, ma la mente ancora in corsa.Mi cambio quasi automaticamente, come se stessi seguendo un copione già visto. Mi infilo nel letto e resto a fissare il soffitto, mentre le parole di Gaia continuano a rimbalzarmi dentro.
" Francesco è uno intelligente, ha capito sicuramente la lezione."
Sbuffo appena, tra me e me.
Che lezione?
Non riesco a trovarla. Ripercorro ogni momento della serata, ogni frase, ogni gesto. Non vedo errori così gravi.
Il vero problema è un altro.
Non ho capito Gaia.
E questa cosa pesa più di qualsiasi discussione, più di qualsiasi figura fatta davanti agli altri. Se non capisco lei, tutto il resto diventa inutile.
Prima devo entrare nella sua testa.
Se non piaccio a lei, è tutto già perso in partenza.
Chiudo gli occhi.
Domani Gaia farà finta di niente?
La risposta arriva da sola.
Sì.
Ed io farò lo stesso.
Non perché sia giusto, ma perché è l’unico modo per restare dentro al gioco. Lamentarsi non servirebbe. Con una come Gaia, meno che mai.
Quando decide una cosa, è quella.
Immutabile.
Testarda.
Quasi cieca.
È come parlare con un mulo.
Questo pensiero mi strappa un mezzo sorriso amaro, mentre il sonno inizia a prendermi.
Poi il buio.
Un suono mi strappa fuori dal sonno.
Il citofono.
Apro gli occhi lentamente. La stanza è immersa nel buio, il telefono segna le due di notte.
Non mi muovo.
Ci penseranno i miei.
Infatti, poco dopo, sento bussare.
" Francesco; c'è un tuo amico, che è venuto a suonare. Ma a quest'ora? Cosa succede? "
La voce di mio padre è calma, ma incuriosita.
" Ne so quanto te."
La mia risposta è piatta. Ancora mezzo addormentato, ma già in allerta.
" L'ho fatto salire."
Quella frase mi sveglia del tutto.
Mi tiro su, resto in pigiama e ciabatte. La mente inizia a lavorare veloce.
Chi può essere?
Tutti e tre i miei amici ? Solo uno di loro ? E soprattutto, perché ?
Apro la porta.
E mi blocco.
Non è nessuno di loro.
È uno dei poliziotti.
L’altro maturo.
In questo momento capisco subito una cosa: non è venuto per caso.
Non ho bisogno di parlare.
Lui lo fa per entrambi.
" Devi venire con me."
Tono neutro. Nessuna spiegazione. Nessuna possibilità di replica.
Ed infatti non faccio domande.
Non servirebbe.
E soprattutto, non cambierebbe nulla.
Non me lo direbbe e, anche se me lo dicesse, potrei decidere di non seguirlo? No.
Annuisco appena e torno in camera a vestirmi.
Non credo che sia una trappola o che vogliano farmi male, altrimenti non mi avrebbero lasciato venire a casa.
Mentre mi infilo i jeans, sento mio padre dietro di me.
" Francesco; ma cosa succede? "
Mi giro e sorrido, un sorriso costruito, leggero.
" Niente, papà. Hanno conosciuto delle tipe e mi hanno invitato. Avevo il telefono spento, per questo sono venuti a suonarmi.Nulla di strano."
Mi ascolta, ma non è convinto.
" Ma tu non esci con Gaia? "
Eccola lì.
La domanda giusta.
" Papà; non è la mia fidanzata."
Lui si acciglia leggermente.
" E allora perché uscire insieme? "
Mi fermo un attimo. Non è facile spiegarglielo:” È complicato. Ci vediamo, ma è più un’amicizia."
Mio padre scuote la testa, quasi divertito:” Ai miei tempi funzionava diversamente."
Sorrido e gli do un bacio sulla guancia.
" Papà, sei vecchio; i tempi sono cambiati. Non sei moderno."
Mio padre non ride.
" Scusami, ma sei uscito per un bel po’, con lei. Spero che almeno tu abbia concluso qualcosa."
Questa volta il sorriso mi resta un po’ incastrato.
" Ovviamente."
Bugia.
Necessaria.
" Meno male, altrimenti "
Si ferma.
" Altrimenti cosa? "
Mi guarda negli occhi:” Non avrei capito. Tu parlavi di lei in un altro modo: Gaia qui, Gaia lì.Ti brillavano gli occhi. Ed ora,me la fai passare come una ragazza qualsiasi."
Questa volta non rispondo subito, perché ha ragione.
Troppa.
" Non è una qualsiasi.”
Poi mi riprendo:" Ora devo andare, o mi rubano tutte le ragazze."
Sorrido di nuovo, ma dentro sento un piccolo peso.
Sto mentendo a lui.
E sto mentendo a me stesso.
Scendo.
Il poliziotto mi aspetta, senza fretta.
Saliamo in macchina.
" Che musica ti piace? "
Domanda casuale. Apparentemente.
" Musica italiana leggera."
Annuisce.
E accende, mettendo hard rock straniero.
Sospiro dentro.
Ecco.
Ancora una volta, ci sono cascato come una pera cotta.
Resto zitto.
Lui resta zitto.
È un silenzio diverso da quello di prima. Non c’ è tensione. È controllo.
Sta guidando lui.
In tutti i sensi.
Arriviamo in discoteca.
" Prendi il biglietto, ti aspetto dentro."
Scendo, faccio la fila.
Pago.
Entro.
E lui non c’è più.
Perfetto.
Un’altra mossa che non capisco.
Inizio a girare tra la gente, tra luci e musica.
Poi li vedo.
Zona divanetti.
Gaia e Serena.
Ballano sul tavolo.
Libere, leggere.
Quasi irriconoscibili, rispetto a poche ore prima.
Davanti a loro, i due poliziotti giovani le guardano.
Resto distante dalla zona dei divanetti, in una posizione dove posso comunque osservare.
La musica è alta, le luci si muovono a scatti, ma loro sembrano in un’altra dimensione.
Gaia e Serena sono sul tavolino.
Non sono vestite in modo provocante, anzi. Abiti sportivi, semplici. Scarpe sportive, jeans, maglietta. Ma è il modo in cui si muovono, che cambia tutto. È come se il corpo ignorasse i vestiti, come se fosse lui a parlare.
Si guardano, mentre ballano. Anzi, si fissano proprio.
Da quando sto guardando, il movimento è leggero, quasi giocoso. Un movimento accennato dei fianchi, un sorriso condiviso. Poi qualcosa cambia. Si avvicinano di più, accorciano la distanza, come se ci fosse un’intesa silenziosa tra loro.
Serena si gira di schiena contro Gaia.
I loro corpi si sfiorano, si cercano.
Gaia le appoggia una mano sul fianco, lenta, controllata. Non è un gesto casuale. È preciso. Serena segue il movimento, si lascia guidare, e per un attimo chiude gli occhi, come se stesse assaporando quel contatto.
I due poliziotti sono seduti davanti a loro.
Non parlano.
Guardano.
Si godono la scena.
Le loro mani stanno accarezzando i propri cazzi.
E le ragazze ne sono perfettamente consapevoli.
Ogni movimento è pensato per essere visto.
Serena si volta di nuovo verso Gaia, i loro visi si avvicinano. Troppo vicini per essere casuale. Le labbra si sfiorano appena, senza toccarsi davvero. Un gioco sottile, costruito sul limite.
Gaia sorride.
Non è un sorriso spontaneo.
È consapevole.
È controllo.
Le sue mani scorrono lungo le braccia di Serena, poi risalgono lentamente, come a disegnare un percorso. Serena risponde allo stesso modo, le dita che si fermano un secondo in più del necessario.
Non c’è fretta.
È un ballo fatto di pause, di attese.
Di piccoli contatti che sembrano niente, ma che in realtà dicono tutto.
Si avvicinano ancora.
I corpi ora sono completamente allineati, si muovono insieme, come se seguissero un ritmo, che non è solo quello della musica. I fianchi si incontrano, si sfiorano, si allontanano e poi tornano.
È un continuo avvicinarsi e negarsi.
E ogni volta che si fermano a un passo dal contatto completo, sembra quasi che lo facciano apposta.
Per loro.
Per chi guarda.
Per quei due seduti lì sotto.
Vogliono far tirare i loro cazzi, e ci stanno sicuramente riuscendo.
Io resto fermo, ad una discreta distanza..
E guardo.
Non mi scandalizza.
Non è quello.
Non è gelosia nel senso classico.
È qualcosa di diverso.
È una consapevolezza, che si fa strada lentamente.
Gaia non sta ballando così, per me.
Non c’è niente di mio, in quella scena.
Quel modo di muoversi, di sorridere, di avvicinarsi; non mi appartiene. Non mi è mai appartenuto.
Con me è diversa.
Più controllata.
Più distante.
Qui invece è libera.
O forse, è semplicemente diversa, a seconda di chi ha davanti.
Serena ride, si avvicina ancora, sfiora il collo di Gaia con il viso, poi si allontana di scatto, giocando. Gaia la segue subito, senza perdere il ritmo, come se fosse tutto già previsto.
Un’esibizione.
E loro due lo sanno benissimo.
Abbasso leggermente lo sguardo.
Non per imbarazzo.
Perché ho capito.
Io non sono parte di quel mondo.
Non in quel modo.
E probabilmente non lo sarò mai.
Resto fermo a guardare quella scena, come se il corpo fosse rimasto lì, mentre la testa ha già fatto un passo indietro.
Poi una voce mi arriva alle spalle, secca, inflessibile.
" Hai finito di fare il guardone? "
Mi giro lentamente.
Bartolomeo.
Accanto a lui, c’è l’altro poliziotto maturo.
Bartolomeo mi guarda con un mezzo sorriso, decisamente strafottente:" Ballano proprio bene Gaia e Serena, vero? "
Seguo il suo sguardo per un attimo, poi torno su di lui.
" Sì."
Mi fermo un secondo, poi aggiungo, con tono più lucido:" Però non credo che mi abbiate fatto venire qui, per vederle ballare."
Lui scuote la testa, lentamente:" No, assolutamente."
Fa una pausa, studiandomi.
" Anche perché è evidente che, dentro di te, ti ha fatto più male che bene, vederle ballare."
Questa volta lo guardo dritto, replicando alla sua provocazione:" Le mie emozioni le tengo dentro di me, dunque non è questo il punto."
La mia voce è controllata, quasi fredda.
" Io ero a casa mia a dormire. È venuto il tuo collega a svegliarmi."
Bartolomeo annuisce, come se stessi dicendo qualcosa di ovvio:” Lo so perfettamente."
Poi cambia leggermente espressione. Diventa più concreto.
" Il problema è uno. Ci sono i tuoi amici in discoteca, e si sono avvicinati a Gaia e Serena."
Lo guardo davvero sorpreso, questa volta:” E io cosa centro? "
Dentro di me scatta qualcosa.
Non è paura.
È fastidio.
La sensazione di essere sempre tirato dentro a cose, che non ho scelto davvero.
" Sono tuoi amici."
La risposta è secca,quasi burocratica.
Sorrido appena, con un filo di ironia amara.
" Già, dimenticavo che devo garantire per loro."
Bartolomeo scuote la testa:” No."
Fa un passo verso di me, accorciando la distanza.
" Se non sistemi la cosa tu, ci pensiamo noi."
Ecco, qui cambia tutto.
Non è più una richiesta,è un avvertimento.
Sento il peso di quella frase. Non è urlata, non è aggressiva, Ma è più pesante proprio per questo. È detta da uno, che è abituato ad avere il controllo.
Lo guardo, cercando di capire fin dove si spingerà.
" E perché dovrei farvi questo piacere? "
La mia è una domanda vera.
Non c’è provocazione, solo logica.
Lui mi fissa per un attimo, poi accenna un sorriso diverso. Più sottile.
" Se ci riesci, potrai salutare Gaia, cinque minuti."
Silenzio.
La musica intorno continua, la gente si muove, ride, balla.
Ma per me tutto si ferma lì.
Cinque minuti.
Torniamo a Roberto.
"Mi tiro subito su, allontanandomi da Lavinia. Guardo lei, poi di nuovo loro, poi ancora la mia compagna di banco. I miei occhi sembrano come le palline di un flipper.
“ Ma cosa significa? "
Il movimento è istintivo, quasi difensivo. È come se il mio corpo avesse reagito, prima ancora della mia mente. Dentro di me qualcosa si incrina: fino ad un secondo prima, c’era una bolla confusa, ma protetta. Adesso quella bolla è scoppiata.
Lavinia sembra infastidirsi:" Roberto; ma perché hai spostato la testa? Adesso cosa c'è, che non va? "
Il suo tono non è preoccupato, è contrariato. E questa cosa mi destabilizza ancora di più: io sono in allarme, lei invece sembra infastidita dal fatto, che io abbia interrotto qualcosa.
Con il respiro accelerato, le chiedo:" Dimmi cosa succede."
Sto cercando un appiglio razionale, una spiegazione che rimetta ordine, ma in realtà ho già paura della risposta.
La mia compagna di banco mi guarda, come se fosse ovvio:” Roberto; ma non ci arrivi da solo? Vogliono guardare."
Quelle parole mi colpiscono, ma non chiariscono. Anzi, aumentano la mia confusione.
" Guardare cosa, scusa? "
Sento la mia voce più acuta, più fragile. È la voce di qualcuno che sta perdendo il controllo della situazione, e lo sa.
Lei sospira leggermente, come se stessi complicando tutto inutilmente. "Vogliono guardare la tua testa appoggiata ai miei seni, ad esempio."
La sua risposta è vaga, quasi evasiva. Ed è proprio questa vaghezza a farmi sentire escluso, come se ci fosse qualcosa che tutti capiscono, tranne me.
" E perché questa cosa? "
Qui non sto più chiedendo solo informazioni. Sto chiedendo senso. Sto cercando di capire il ruolo che ho, in tutto questo.
Lavinia alza la voce, e sento una punta di accusa:” Roberto, scusami; ma ora vuoi fare la morale, dopo che sei stato il primo che, ieri sera, sei venuto a cercarci? "
Quelle parole mi colpiscono più forte, di quanto vorrei ammettere. Perché toccano un punto scoperto: il senso di colpa.
Le dico subito:" No, è stata tutta colpa loro. Io non volevo venire."
Mi difendo, quasi automaticamente. Non tanto per convincere lei, ma per proteggere l’immagine che ho di me stesso. Se accettassi davvero quella responsabilità, dovrei anche accettare di essere parte di qualcosa, che non capisco e che mi mette a disagio.
Dentro, però, so che non è così semplice.
So che una parte di me c’era, che non è stato tutto imposto.
Ed è proprio questo il conflitto che mi agita: da un lato il bisogno di essere visto da lei, di avere un ruolo anche solo marginale; dal altro la paura di quello che questo comporta, del giudizio degli altri, della perdita di controllo.
La guardo, cercando nei suoi occhi una conferma, una direzione.
Ma quello che trovo, è distanza.
E in quella distanza capisco che non siamo nella stessa storia, anche se siamo nella stessa scena.
Vedendomi totalmente disorientato, Lavinia cambia atteggiamento. La sua mano si alza lentamente e mi accarezza il viso, con un gesto che vorrebbe essere rassicurante, quasi protettivo.
" Roberto; distinguiamo le due cose. Non sono assolutamente arrabbiata con te, per quanto successo. Posso esserci rimasta male, che non ne hai voluto parlare con me, se guardare era il tuo desiderio. A me puoi dire tutto, senza farti alcun problema. Però ora mi fai arrabbiare: hai voluto fermarti qui, e te la prendi con me, se qualcuno guarda? "
Le sue parole sono ordinate, quasi lucide. Sta cercando di mettere dei confini, di separare ciò che è successo, da come io lo sto vivendo adesso. Proprio questa lucidità mi fa sentire ancora più perso, perché io non riesco a distinguere niente.
Per me è tutto mescolato: quello che provo, quello che è successo, quello che potrebbero dire gli altri.
Mi metto le mani in faccia. È un gesto di difesa, ma anche di vergogna. Come se nascondendomi, potessi cancellare tutto.
" Lo diranno a tutta la scuola."
La mia voce è bassa, quasi soffocata. Non è solo paura del pettegolezzo: è paura di essere definito, incasellato in qualcosa, che non controllo più.
Lavinia invece resta ferma, quasi incredibilmente stabile, rispetto al mio caos.
"Che lo facciano pure. Loro sono quelli fuori dalla macchina, con la faccia appiccicata al finestrino. La figura la faranno loro."
Il suo punto di vista è completamente diverso dal mio. Dove io vedo esposizione e giudizio, lei vede ridicolo e debolezza, ma negli altri.
E in quel contrasto si vede chiaramente la differenza tra noi due.
Io vivo la scena dal interno, sentendomi osservato, vulnerabile, quasi smascherato.
Lei la vive dal ’esterno, come se avesse il controllo della narrazione, come se potesse decidere, cosa ha valore e cosa no.
Questa sua sicurezza dovrebbe rassicurarmi,invece mi mette ancora più in crisi.
Perché mi fa capire che non è la situazione in sé a farmi stare male, ma il modo in cui io mi vedo dentro quella situazione.
E mentre lei continua a guardarmi con calma, io resto lì, con le mani sul viso; intrappolato tra il bisogno di fidarmi di lei, e la paura di quello che tutto questo significa davvero per me.
Intanto Bruno batte sul finestrino con un ritmo insistente, che rompe completamente il silenzio dell’abitacolo.
" Roberto; spogliala. Vogliamo vedere Lavinia nuda."
La sua voce arriva attutita dal vetro, ma il tono è chiarissimo: provocazione, divertimento, superficialità.
Io mi irrigidisco:" Ma siete pazzi? Avete frainteso tutto."
Cerco di ristabilire un senso, di rimettere le cose al loro posto ma, mentre parlo; mi accorgo che la situazione mi sta già sfuggendo di mano.
Luca si avvicina ancora di più al finestrino, quasi schiacciando il viso contro il vetro.
" Quella è una psicopatica, ecco perché può salire sui sedili dietro con te. Altrimenti una ragazza normale sceglierebbe Bruno, e a te prenderebbe solamente in giro."
Le sue parole mi colpiscono, anche se non voglio darlo a vedere. Non è solo un insulto: è un tentativo di definire i ruoli, di rimettermi al mio posto.
La mia risposta dimostra che condivido il suo discorso:" Avete frainteso, lei è fidanzata con Oceano."
Mi aggrappo a quella verità come a una difesa, come se bastasse a chiarire tutto. Come se bastasse a proteggermi.
Ma, appena finisco di parlare, sento la voce di Lavinia alzarsi, tagliente.
" Roberto; ma ti devi giustificare con quei due ora? "
Mi blocco.
La sua reazione è immediata, quasi istintiva. Non è imbarazzo il suo, è fastidio. Fastidio per il fatto che io stia dando peso a loro, invece che restare dentro il nostro momento.
Bruno batte di nuovo sul finestrino, più forte.
" Roberto; spogliala. Vogliamo vedere le sue tette nude."
La richiesta è assurda, ma proprio per questo crea una pressione strana, difficile da gestire. È come se volessero trasformare tutto in uno spettacolo.
Mi giro verso Lavinia, cercando aiuto.
" Che situazione imbarazzante, io non so cosa dire."
E in questo momento, lo ammetto, non ho il controllo.
Lavinia invece sì.
Mi guarda, provando a rassicurarmi ancora una volta:” Ci penso io.”
Poi si volta verso il finestrino. Il suo atteggiamento cambia di nuovo: più deciso, più freddo.
“ Se volete continuare a guardare, domani mi dovrete lucidare le scarpe nel intervallo, davanti a tutti."
C’è una sicurezza provocatoria, nelle sue parole. Sta ribaltando la situazione: da oggetto dello sguardo, a persona che detta le regole.
Bruno non esita un secondo.
" Sì, tutto quello che vuoi."
E io resto lì, in mezzo.
A metà tra chi osserva, e chi viene osservato.
.E ancora una volta ho la sensazione che Lavinia stia giocando una partita, che io non riesco nemmeno a capire fino in fondo.
Lavinia mi guarda come se nulla fosse cambiato, come se il rumore sul finestrino fosse solo un sottofondo lontano.
" Roberto; puoi spiegarmi finalmente il discorso dei reggiseni? "
La sua voce è calma, quasi ostinata. Vuole riportarmi lì, a quel discorso ancora non iniziato, come se fosse la cosa più importante.
Io invece sento la pressione aumentare.
" Qui? Davanti a loro? "
Con lo sguardo indico verso il finestrino. È impossibile ignorarli. La loro presenza pesa, altera tutto.
" Sì."
Risponde secca, senza esitazioni.
" Guarda che potrebbero sentire. Non so quanto il finestrino ci isoli, anche parlando piano. La mia macchina è molto vecchia."
Sto cercando una via d’uscita logica, una scusa accettabile per rimandare. In realtà sto solo cercando di proteggermi.
Lei non si sposta di un millimetro.
" Roberto; decidi tu."
Questa frase mi spiazza ancora una volta.
" Cosa devo decidere io? "
Perché la responsabilità è mia? Io non mi sento pronto.
" Vuoi stare solo con me qui, o da un’altra parte? "
La sua domanda è semplice, ma dentro ci sono due mondi diversi. Restare significa affrontare una situazione strana, simile a quanto successo nei bagni, con l’epilogo che sapete. Andare via significa gettarmi in un tunnel senza fondo. A parole,Lavinia vuole che decida io, ma nei fatti come reagirà?.Non ho ancora capito, se lei vuole rimanere o andare via.
Nel frattempo Bruno continua a battere sul finestrino.
" Roberto; tira fuori il cazzo; riempila di sborra."
Le sue parole entrano come disturbo, quasi irreali per quanto sono fuori luogo.
Guardo Lavinia.
Lei resta in silenzio, immobile. Mi osserva. Sta aspettando.
Luca si avvicina ancora, più agitato.
"Lavinia; mostraci tu le tette, se lui non ha il coraggio di spogliarti e di mostrarci le tue tette. Noi ci stiamo già segando furiosamente."
Sento qualcosa cedere dentro di me.
Al improvviso mi prende lo sconforto. Non è rabbia, è qualcosa di più pesante, più lucido.
" Lavinia; io sarò al loro posto, quando sarai con Oceano, vero? "
È una domanda che nasce da una certezza precisa: essere anche io quello fuori, quello che guarda, quello ovviamente scartato.
Lei mi guarda, ma non segue questa strada. Torna indietro, come se volesse evitare quel punto scoperto.
" Roberto; mi vuoi spiegare, cosa intendevi con il discorso dei reggiseni? "
Non mi ha risposto.
E questo silenzio vale più di mille parole.
" Allora è così. Sarò al loro posto."
Lo dico piano, ma dentro è una resa.
Lavinia sbuffa, visibilmente infastidita.
" Roberto; ma a te piacerebbe essere al loro posto? "
La sua domanda è diretta, provocatoria. Mi costringe a guardarmi dentro, senza filtri.
La risposta mi esce, prima ancora di pensarci davvero.
" Sì, se non ti posso avere, voglio almeno poter vedere."
E appena lo dico, capisco quanto è fragile questa posizione.
Non è desiderio vero, è un compromesso.
È il modo che ho trovato per restare, anche se non sono davvero dentro.
Bruno insiste, battendo sul vetro con ancora più forza, come se volesse entrare nella scena a tutti i costi.
"Roberto; tira fuori il cazzo, segati e, quando stai per sborrare, mira alla sua bocca."
La sua voce è distorta dal vetro, ma il senso arriva chiarissimo. E con quello, arriva anche la vergogna.
Torno a guardare Lavinia.
Io sto morendo dentro. Lo sento fisicamente: il calore in faccia, il respiro corto, il bisogno di sparire.
Lei invece no. Lei è ferma, composta. Non sembra minimamente toccata, da quello che sta succedendo.
Questa differenza mi disorienta ancora di più.
" Ma tu non sei in imbarazzo? "
Glielo chiedo quasi incredulo, come se la sua risposta potesse rimettere ordine, nel caos che ho dentro.
La mia compagna di banco mi guarda, tranquilla.
" E di cosa? Di una cosa, che mi hai già detto? Ti ricordi in camera mia? "
Resto un attimo in silenzio. Quel riferimento mi spiazza.
"Sì,ma parlavo in generale."
Sto cercando di ridimensionare, di togliere peso, a quello che lei sta tirando fuori.
" Quindi non mi stavi chiedendo quelle cose? "
La sua domanda è precisa. Non mi lascia spazio, per restare nel vago.
" No, no."
Rispondo subito, forse troppo in fretta. È una negazione difensiva, più che convinta.
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